Francesco Pinto

docente presso il Dipartimento di Produzione Animale Università degli Studi di Bari Aldo Moro

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Ricercatore confermato e professore aggregato in Razze Animali Produttrici di Latte e Carne, presso il Dipartimento di Produzione Animale dell'Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Al suo attivo 106 pubblicazioni su riviste del settore.


Benvenuti nel sito di Francesco Pinto

Blog (21)

Questa sezione "Blog" è dedicata a tutti quegli avvenimenti che interessano il comparto "Università". Il più delle volte si tratta di pensieri di personaggi noti della politica, cultura, illuminari di grande fama, che trattano argomenti specifici del nostro settore, oppure avvenimenti importanti che ci riguardano da vicino. In tutti gli articoli c'è la possibilità di commentarli e di assegnare un punteggio in base al nostro gradimento.

Giovedì, 26 Gennaio 2012 00:12

Michel Martone: "un genio compreso" In evidenza

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Magari lo pensano in molti, ma se a dirlo è un sottosegretario al Lavoro la notizia fa scandalo. E' successo con la frase pronunciata il 24 gennaio 2012 nel corso di un convegno a Roma dal viceministro Michel Martone, stretto collaboratore del ministro Elsa Fornero. Dobbiamo iniziare a far passare messaggi culturali nuovi: dobbiamo dire ai nostri giovani che se non sei ancora laureato a 28 anni, sei uno sfigato. Salvo poi aggiungere: L'importante è fare qualcosa bene: se scegli di fare un istituto tecnico professionale a 16 anni sei bravo. Essere secchioni in fondo non è male, almeno hai fatto qualcosa. Ma tanto è bastato per urtare la suscettibilità di molti. A cominciare dagli studenti dell'Unione degli Universitari: Constatiamo di essere di fronte alla classica dichiarazione di una persona che non ha un minimo attaccamento con la realtà di cui parla, né tantomeno un briciolo di rispetto per gli studenti e le famiglie che ancora oggi, nonostante le mille difficoltà economiche e un'organizzazione della didattica spesso incoerente, cercano di proseguire nel percorso ad ostacoli della laurea: ostacoli di ordine economico e sociale, è detto in una nota. Anche i partiti politici si dicono indignati: l'Italia dei Valori definisce fuori luogo e offensive le parole di Martone, definito snob e superficiale dalla Lega Nord.

Questo è quello che hanno riportato i giornali, però noi sapendo che la rete conserva tutto, ci siamo attivati effettuando dlle ricerche e  da Unilex, lista di legislazione universitaria fondata da Tristano Sapigni viene fuori chi è veramente Michel Martone.

Diciamo che è un tipico prodotto dell'accademia familistica italiana. Uno che a 23 anni è dottorando, a 26 ricercatore di ruolo, a 27 professore associato e a 29, nientemeno, professore ordinario. Un fulmine, una saetta, un baleno incredibile per i tempi dell'università italiana, dove l'età media per diventare ricercatore, se non hai missili nel taschino, è di 35 anni. Lui non ha bruciato le tappe, le ha addirittura polverizzate.

Diciamocelo, qualche dubbio sulle sue capacità viene. Già, perché se uno parte in questa maniera e poi non dimostra di poter riscrivere tutta la dottrina giurisprudenziale da solo, allora significa che è un bluff. Oppure che ha avuto dalla sua parte delle carte imbattibili.

Una di queste carte è forse il papà, Antonio Martone, presidente della Commissione per la Valutazione, l’Integrità e la Trasparenza delle Amministrazioni pubbliche, il Civit, ovvero l’Autorità indipendente preposta anche a funzioni di garanzia del corretto funzionamento dell’intera Funzione pubblica, che gli ha spianato la strada. Ma di certo è leggere il giudizio dei commissari al suo concorso da ordinario, a Siena, che aiuta molto a capire la politica da rampante che ha adottato il giovane Martone.

In quel concorso, tenutosi da gennaio a luglio 2003, i commissari erano cinque: Mattia Persiani (Presidente), Roberto Pessi, Francesco Liso, Marcello Pedrazzoli, Silvana Sciarra. Gi iscritti al concorso erano 8 (otto) ma 6 (sei), magicamente, si ritirano. Restano solo Franca Borgogelli e Michel Martone. Dei due, la Borgogelli è la più credibile: diplomata nel 1970, si laurea nel 1975 in Scienze Politiche e poi nel 1982 prende una seconda laurea in Giurisprudenza. Tecnicamente, per restare nelle categorie di Martone, "una secchiona", ma visto che la seconda laurea la prende a trent'anni, anche una "sfigata".

L'anno dopo, 1983, la Borgogelli diventa ricercatrice di ruolo, incarico che ricopre fino al 2000 (quindi per 17 anni). Poi viene nominata professore associato. Una solida preparazione, come si dice di solito, unita a una costante crescita professionale e a una sicura padronanza della dottrina. Più di quaranta pubblicazioni nell'arco di un ventennio.

Su di lei, la commissione avrà pochi dubbi, votando 5 su 5 per la sua promozione a professore ordinario.

Su Martone invece i dubbi ci sono. Il suo curriculum elenca una girandola di attività di docenza a master e a corsi di perfezionamento, ma purtroppo le sue credenziali come pubblicazioni sono scarse. Due monografie appena, delle quali una presentata in edizione provvisoria (quindi, secondo le regole normalmente seguite, non ammissibile; ma le regole, in questo caso, sono un optional).

I giudizi sulla sua attività di ricerca, anche da parte dei commissari più benevoli, sono sferzanti:

  • Silvana Sciarra scrive, riguardo al contenuto della sua monografia principale, che "I numerosi riferimenti a fatti ed a metodologie di analisi sono caratterizzati talvolta da passaggi argomentativi non del tutto esaustivi" e che "permane la difficoltà di individuare una chiara ipotesi di lavoro". Chiudendo con un giudizio che appare una bocciatura: "M. Martone dimostra di trattare con spigliatezza gli argomenti prescelti e di adoperare correttamente il linguaggio giuridico, ma di dovere ulteriormente affinare il ricorso al metodo storico ed interdisciplinare. E’ auspicabile che la già acquisita maturità scientifica si consolidi ulteriormente in futuro in una produzione più diversificata". Tuttavia, a sorpresa - e chissà perché, "Il candidato, nel complesso, risulta idoneo ai fini della valutazione comparativa".

  • Il Prof. Pedrazzoli si arrampica sugli specchi, letteralmente. Dopo aver argomentato, come la Sciarra, afferma che "Nonostante questi elementi di discutibilità, da ascrivere per così dire alla sua giovinezza scientifica, il candidato, che si raccomanda anche per una scrittura fluida e chiara, appare visibilmente dotato di forte propensione alla riflessione giuridica. Le notevoli qualità su cui può contare avranno occasione di manifestarsi appieno, quando sarà trascorso il tempo occorrente per la loro sedimentazione. Confidando nella sicura riuscita di tale auspicio, autorizzato da quanto fin ora il candidato ha mostrato, viene quindi per lo stesso formulato un positivo giudizio, anche prognostico, che lo rende meritevole di essere preso in considerazione ai fini della valutazione comparativa". Confidando? Sedimentazione? Prognostico?

Ma scusi professore, qui non si parla di un concorso da ricercatore, per cui si può scusare la "giovinezza scientifica" (anche se sarebbe più italiano "gioventù"). Qui si parla di un concorso da ordinario per il quale la gioventù scientifica non è una scusante, ma un'aggravante. E la sedimentazione deve essere già avvenuta al di là di ogni prognosi.

Ma andiamo avanti.

  • I proff. Persiani e Pessi sono più entusiasti, mentre critico, vox clamans in deserto,
  • il professor Liso. E' l'unico a chiudere il suo giudizio con un lapidario: "Il candidato, che nei suoi lavori fornisce sicura prova di possedere ottime capacità al lavoro scientifico e potenzialità che gli consentiranno di arrecare importanti contributi alla nostra materia, merita di vedere riconosciute le sue indubbie qualità in un’occasione in cui la dichiarazione della sua piena maturità costituisca frutto più di una certificazione che di una aspettativa, per quanto seriamente fondata". Come dire, al di là del giuridichese arzigogolato: si ripresenti quando un po' più di acqua è passato sotto i ponti.

Ma il non-sfigato diventa ordinario e per di più il bocconiano Monti lo promuove sottosegretario.



Ultima modifica il Mercoledì, 25 Gennaio 2012 16:53
Martedì, 24 Gennaio 2012 17:06

Emergenza per il Sapere In evidenza

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Approfittando dell’attenzione dell’opinione pubblica verso le “liberalizzazioni” di alcuni settori di attività del nostro Paese come strumento per una loro modernizzazione, in questi giorni è stata rilanciata - con l’adesione di un gruppo di docenti universitari - la proposta di abolire il valore legale del titolo di studio (valevole quindi come condizione di accesso ai concorsi per l’impiego pubblico) e di “liberalizzare” le tasse studentesche (già tra le più alte dell’Europa continentale, specie se in rapporto agli scarsi servizi disponibili ed ai livelli di reddito), affiancandovi un sistema di prestiti agli studenti, da restituire dopo l’ingresso nel mercato del lavoro.

Andando all’essenziale, alla base di queste proposte ci sono alcune idee che non ci sentiamo di condividere. La prima è che l’equità sociale delle opportunità di accesso alla formazione universitaria sarebbe ristabilita dal sistema dei prestiti. E’ evidente che si tratta di una finzione (se non di un inganno): un individuo ‘povero’ indebitato, oggi studente domani (forse) lavoratore, non è uguale a (ne’ libero quanto) un individuo ‘ricco’ senza debiti. Anche quando si sostiene che comunque tasse più alte e prestiti sarebbero un sistema più equo dell’attuale, distorto principalmente dall’evasione fiscale, si finisce per far scontare ai giovani, gravandoli precocemente di debiti, l’incapacità dello Stato nel riscuotere i tributi.
La creazione di un mercato dei titoli di studio, conseguente all’abolizione del loro valore legale, metterebbe poi, secondo i proponenti,  le università in una sana concorrenza per la qualità. Anche in questo caso siamo di fronte ad una finzione (se non ad un inganno). Date le posizioni di partenza degli atenei, diseguali e caratterizzate da sottofinanziamento, l’unica concorrenza che scatterebbe fra Università sarebbe appunto per le risorse, con conseguente vantaggio dei gruppi di potere accademico, politico ed economico consolidati che invece, si suppone, dovrebbero essere il bersaglio delle politiche di liberalizzazione nel loro spirito più nobile. Il ‘valore legale’ tenderebbe semplicemente ad essere sostituito dal valore monetario necessario per conseguire il titolo di studio. Le due misure associate produrrebbero un effetto micidiale di stratificazione per censo delle Università, acuendo i già presenti dislivelli territoriali che caratterizzano il nostro sistema universitario nazionale. Abolire il valore legale del titolo di studio significa anche abbandonare l’obiettivo di uno standard nazionale di riferimento per la formazione universitaria: al contrario bisogna intervenire perché tutte le università finanziate dallo Stato rispettino tale standard. Anche l’accento (giustamente) posto sulla centralità del merito nella vita universitaria assumerebbe, alla luce di queste misure, un deciso sapore classista.
Queste proposte implicano quindi una decisa spinta alla privatizzazione di fatto dell’università pubblica e alla restrizione sociale dell’accesso. Accettarle significherebbe anche una resa istituzionale all’inefficienza pubblica in vari ambiti, come il controllo dell’evasione fiscale e della qualità dei servizi pubblici, e del reclutamento nell’impiego pubblico.

Per questo chiediamo alla classe politica che si riconosce nella nostra Costituzione Repubblicana e al Governo di rifiutarle, di non accettare scorciatoie fuorvianti ai problemi del finanziamento e del rilancio del sistema educativo e universitario pubblico, così come di altri ambiti preziosi della produzione culturale del Paese. L’università deve restare una istituzione pubblica centrale e deve riprendere a svolgere tutte le sue funzioni, in primis quella di fornire una formazione critica e qualificata, basata su didattica e ricerca libere, plurali e rigorose, con il più ampio accesso sociale agli studi e alle professioni della ricerca e della docenza. Per poter svolgere questo suo ruolo pubblico all’università non serve mettersi in vendita, ma servono politiche e risorse adeguate.

Ultima modifica il Mercoledì, 25 Gennaio 2012 16:08
Martedì, 06 Dicembre 2011 22:24

Sperequazione di Stato In evidenza

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I colleghi dell'Ateneo di Bologna hanno inviato al Premier Monti ed al ministro dell'Università e Ricerca Profumo una lettera aperta perché rivedano le misure previste per il mondo accademico. In particolare quelle riguardanti il blocco degli scatti d’anzianità che andrebbero a penalizzare soprattutto i giovani docenti.

L’attuale situazione economica richiede sacrifici a tutti i cittadini.

Non ci si vuole esimere neppure in parte dal dare il contributo al risanamento dei conti, pur osservando di essere categoria che in nessun modo ha contribuito a deteriorarli. Si constata e contesta, tuttavia, l’intento punitivo e persecutorio contenuto nei provvedimenti legislativi che ci riguardano e che non hanno pari con quelli di nessuna altra categoria. Non stiamo evidenziando l’esosità del contributo, ma stigmatizziamo le modalità con cui esso è stato richiesto, gli effetti abnormi che crea e – soprattutto – gli aspetti di forte iniquità e di forte regressività che produce.

Operazioni di tagli, talvolta indiscriminati, sono stati già compiuti dai governi precedenti ai danni del sistema universitario statale e dei suoi attori. Nello specifico assume una connotazione di forte discriminazione il blocco definitivo per tre anni della progressione di carriera dei docenti universitari derivante dalla applicazione dell’art. 9 comma 21 del d.l. n. 78 del 31 maggio 2010, convertito nella legge n. 122 del 30 luglio 2010, il quale, come è noto, prevede che «per le categorie di personale di cui all’articolo 3 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 e successive modificazioni, che fruiscono di un meccanismo di progressione automatica degli stipendi, gli anni 2011, 2012 e 2013 non sono utili ai fini della maturazione delle classi e degli scatti di stipendio previsti dai rispettivi ordinamenti».

Non è questa la sede per dare una compiuta dimostrazione tecnica, per altro già dispiegata avanti alcuni TAR, dell’irrazionalità, iniquità, incostituzionalità della disposizione, che presenta ampi aspetti regressivi nell’imporre sacrifici inversamente proporzionali alla misura dello stipendio dei docenti universitari a cui il blocco cui accede.

Appare tuttavia necessario evidenziare che il suddetto effetto regressivo si acuisce con il mancato recupero dell’anzianità, verificandosi il trascinamento del blocco fino al pensionamento e poi sul trattamento pensionistico. Esso sarà maggiore per i più giovani con redditi più bassi e minore mano mano che si sale nella scala stipendiale e di anzianità. Il contributo complessivo dei neo assunti sarà perciò dieci volte maggiore del professore a fine carriera. In ispecie con il sistema pensionistico contributivo questo meccanismo ingiusto e regressivo si amplifica con riferimento alla determinazione del montante contributivo individuale e perciò continuerà anche con il trattamento di quiescenza.

Inoltre, la palese illegittimità del mancato recupero dell’anzianità congelata con il primo scatto successivo al blocco medesimo, fermo restando l’effetto di perdere la corresponsione della retribuzione per la classe o scatto, cioè l’indiscusso contributo del singolo al bene del Paese, viola il principio dell’infrazionabilità e insospendibilità dell’anzianità in presenza della prestazione lavorativa. Detto mancato recupero ha anch’esso ulteriore effetto regressivo, dunque irrazionale, dunque in violazione dell’art. 3 della Costituzione, in quanto incide maggiormente sui giovani, che mai più potranno recuperare, piuttosto che sugli anziani, pensionandi, rispetto ai quali l’effetto è minimo impatto.

Lunedì, 21 Novembre 2011 00:19

Vi sembra utopia? Eppure si può In evidenza

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Ma che pianeta mi hai fatto? La società costruita sul debito è scomparsa. La produzione di beni dannosi per l'ambiente è illegale. Ogni Paese ha l'obiettivo di diventare ecosostenibile, di vivere delle risorse create sul territorio. I profitti delle aziende sono destinati a finalità sociali. Il concetto di energia etica è insegnato nelle scuole…
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