Francesco Pinto

docente presso il Dipartimento di Produzione Animale Università degli Studi di Bari Aldo Moro

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Ricercatore confermato e professore aggregato in Razze Animali Produttrici di Latte e Carne, presso il Dipartimento di Produzione Animale dell'Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Al suo attivo 107 pubblicazioni su riviste del settore.



Università (20)

In questo spazio si riportano i contenuti che riteniamo di una certa importanza. Pensiamo che sono argomenti da tenere bene in mente quando si vogliono prendere delle decisioni di una certa importanza per le ricadute che possono avere su chi ci circonda, a tutti i livelli, qualunque sia il ruolo che si ricopre.

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Dal Corriere della Sera a nome di Simona Ravizza apprendiamo che un ricercatore italiano, il neurologo Matteo Zeviani, grazie ai successi nella ricerca scientifica e al duro lavoro, non riconosciuto dall'Accademia Italiana, portano al Medical Research Council di Cambridge a prendere il posto di un premio Nobel, John Walker. Ma nell'Italia troppo spesso sotto i riflettori per le cattedre assegnate a mogli, figli, cognati, amici e amici degli amici, il medico e ricercatore italiano Massimo Zeviani, 56 anni, non è riuscito a vincere un concorso universitario. Dalla fine degli anni Ottanta, la sua attività nel laboratorio dell'Istituto Neurologico Besta di Milano si è concentrata sulla disfunzione dei mitocondri, le centrali delle cellule che forniscono l'energia indispensabile a tutti i processi vitali, come il cuore che batte, i muscoli che si contraggono e i neuroni che si connettono tra loro: gli studi di Zeviani hanno portato all'identificazione dei principali geni patogeni, all'individuazione dei meccanismi che producono le malattie e alla sperimentazione di nuove terapie. Sono scoperte che gli sono valse riconoscimenti internazionali come il premio Brain per la ricerca neurogenetica e pubblicazioni su riviste prestigiose come Nature e Science.

Dal prossimo gennaio il ricercatore andrà a lavorare a Cambridge come capo della Mitochondrial Biology Unit, diretta negli ultimi 14 anni dal Nobel John Walker, oggi 71 enne. Per raggiungere il traguardo Zeviani ha spedito lo scorso ottobre il curriculum vitae e il 17 gennaio ha sostenuto un colloquio di un'ora con 15 scienziati e autorità britanniche, guidati da sir John Stewart Savill, presidente del Medical Research Council. Partito verso Londra solo con la chiavetta di memoria del Pc piena di progetti, Zeviani ritorna a Milano il giorno successivo con la risposta in tasca: «Nel giro di 24 ore - ricorda - mi hanno fatto sapere che l'ambìto posto era mio». Per le sue ricerche il medico avrà a disposizione 50 milioni di euro in 5 anni.
 
L'orgoglio e l'amarezza. Dall'università italiana Zeviani si è visto sbattere la porta in faccia ben due volte: la prima, tempo fa, per un concorso nazionale per una cattedra da professore associato di Patologia generale, il secondo a Padova cinque anni fa per diventare professore ordinario di Biologia molecolare. Sull'argomento è impossibile strappargli un commento, non è tempo di polemiche per Zeviani, ma una considerazione se la lascia scappare: «Io devo molto a Milano, e all'Istituto Besta in particolare - dice -. Quello universitario è, invece, un mondo chiuso e autoreferenziale, che impedisce il ricambio. La selezione fatta a Cambridge invece è stata veloce, snella, basata sulla comparazione delle competenze e sui valori della trasparenza». Alberto Guglielmo, ai vertici del Neurologico Besta commenta: «Il prestigioso incarico a cui è stato chiamato Massimo Zeviani a Cambridge è anche un riconoscimento dei livelli di eccellenza della ricerca e delle cure che vengono effettuate nel nostro Istituto. La sua partenza non deve essere considerata come un episodio di fuga di cervelli, ma piuttosto un arricchimento delle nostre partnership internazionali».
Tutto vero. Ma è sempre di ieri un'altra notizia che fa riflettere: nella graduatoria degli scienziati migliori del mondo - pubblicata sutisreports.com dalla Virtual Italian Academy (legata all'università di Manchester) - dei 188 nomi sedici sono italiani, ma solo cinque lavorano in Italia (l'elenco è nella tabella pubblicata a lato).
 
La classifica è stilata sulla base dell'h-index, l'indice che misura sia il numero delle pubblicazioni internazionali, sia il loro impatto sulla comunità scientifica internazionale valutato sul numero delle citazioni bibliografiche. L'Italia vede in cima Alberto Mantovani, 64 anni, direttore scientifico dell'Humanitas (49ª posizione), e Giuseppe Remuzzi, 63 anni, tra i volti dell'Istituto farmacologico Mario Negri e primario di Nefrologia ai Riuniti di Bergamo (62ª posizione). Nella lista ci sono ben 26 premi Nobel. Insomma: la ricerca biomedica italiana è una delle migliori a livello internazionale (gli unici a non saperlo sono coloro che hanno approvato la famigerata legge Gelmini, approvata così). L'immunologo Douglas Green, alla 57ª posizione della graduatoria, fa notare: «Colpisce certamente come l'Italia sia ben rappresentata in quella lista». Sintetizza il concetto Mauro Degli Esposti, presidente della Via-Academy.org: «Il mondo riconosce che gli italiani sono più bravi di altri, ma il loro Paese non sembra curarsene troppo.
Lunedì, 16 Aprile 2012 07:10

Valutazione della Ricerca Italiana

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AnvurLa VQR (la valutazione delle Università italiane) costerà ai contribuenti italiani 300 milioni, per poi distribuirei 600-700 milioni “premiali”. Tutto questo è la conseguenza degli ultimi atti del governo Berlusconi. Infatti nel 2011 doveva rispondere ai 39 punti chiesti dalla Commissione Europea. In essi si legge che per la riforma del FFO, si intende portare l´intero fondo FFO meritocratico, ossia portare a zero la componente di "serie storica", entro 5-7 anni! Se fosse vero, significherebbe chiudere delle Universita´e potenziare tantissimo altre.

Tuttavia il problema di questo meccanismo "italiano" di virtuosità è che non funziona! Mentre in quello UK anche se le Università sono valutate e premiate, ma a cicli di 5 anni cui si fanno corrispondere IMPLICITAMENTE anche dei cicli di assunzioni strategiche, in Italia la premialità in termini di budget di FFO avviene a valle di valutazioni ancora molto ballerine e falsamente ingenue. In Italia questo non solo non funziona, ma potrebbe dimostrarsi un fatale errore, potenziando le Università obiettivamente anche migliori, oltremisura, ma penalizzando quelle anche meno buone, oltremisura. Gli effeti di questo processo sul singolo individuo sono addirittura drammatici, in quanto chi si trova nelle Università peggiori, a volte paga lo scotto varie volte di seguito. Chi si trova in quelle migliori, e non per merito, viene agevolato oltre misura. Questo dal punto di vista generale non è efficiente.

Come nei progetti Europei un grande successo è stato avuto dal passaggio dai progetti di grandi cordate ai progetti ERC, cosi' vorremmo passare in Italia da reclutamenti basati su logiche teoriche e guidate dall'alto a partire dal Ministero fino a vari altri passaggi (Università, SSD, Dipartimenti), che alla fine non riescono bene ad allocare le risorse davvero ai migliori in campo, così vorremmo passare al reclutamento dei "migliori", e quello degli "eccellenti", secondo 2 canali diversi, ed entrambi innovativi.

Usando anche i criteri ANVUR nei concorsi (ma migliorati, perchè non definirli a partire dalla PROPRIA categoria?), si potenzi subito il loro ruolo, rendendoli utili davvero nelle idoneità, dove invece al momento hanno la funzione di scremare una % non nota a priori, che dipende dai settori (il problema del passaggio di categoria, affrontato sulla base della mediana della categoria superiore!).

Le "graduatorie", che niente di strano sono nei concorsi di Magistratura o delle FFAA, permettono, pur senza essere perfetti, una serie di meccanismi di incentivi diretti sugli individui! E che possono anche rimescolare il sangue, e le carte, delle Università, molto meglio, in funzione della responsività delle stesse.

In questo spazio discutiamo delle proposte, anche se ci rendiamo conto che sperare che diventino implementate nel complicato sistema di leggi attuale, sia quasi utopia (wishful thinking). Eppure a noi sembra in genere quasi ovvie!

Se vogliamo davvero entrare nelle prime 100 Università del mondo, la cosa più semplice sarebbe usare esattamente i loro metodi. Ma non ci ha pensato nessuno, o almeno così sembra!!!!

Francesco Sylos Labini L’Italia è sesta al mondo nella produzione di paper scientifici in tema di medicina. Ma anche la settima nella matematica e l’ottava nella fisica e nella computer science. Eppure, secondo i dati Ocse, è la trentunesima su 34 paesi, quanto a investimenti in ricerca e istruzione avanzata rispetto al Pil. A prima vista, il ritorno sugli investimenti accademici sembrerebbe enorme, da primato mondiale. «E invece è solo un paradosso», commenta Francesco Sylos Labini, un ricercatore del Cnr che da anni si occupa di politica della ricerca. «Il paradosso è che l’Italia ha effettivamente una posizione di rilievo nella produzione scientifica internazionale, specialmente in alcune materie», dice Sylos Labini, che è uno dei fondatori di Roars.it, un nome che sta giustappunto per return on academic research. «E non c’è solo la quantità, ma anche la qualità», visto che l’H-index, lo standard internazionale per la valutazione di un singolo ricercatore, un’istituzione o tutte le istituzioni di un paese, tiene conto di quanti articoli sono stati pubblicati, ma anche di quante volte sono stati citati da altri. «Il guaio però, è che gli investimenti sono di gran lunga sotto la media Ocse e che, nel giro di quattro o cinque anni, la riforma Gelmini, con l'accordo di tutta la casta, riuscirà a diminuire sensibilmente il numero dei docenti universitari».

Mercoledì, 29 Febbraio 2012 20:26

Questione universitaria in Puglia

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Viviamo in un mondo strano dominato dalla paura e dall’incertezza. La crisi economico-finanziaria sta via via mettendo in discussione valori e principi che sembravano oramai dati per acquisiti. Il diritto a un’istruzione pubblica di qualità garantita a tutti i cittadini indipendentemente dal censo e dalla posizione geografica era considerato una delle più importanti conquiste del ‘900. Il dibattito sul futuro dell’Università che si è aperto da qualche tempo in Italia sembra purtroppo confermare questa tendenza in atto nel nostro Paese.

E’ necessario porre nuovamente la Ricerca e la formazione universitaria al centro dell’azione dei pubblici poteri, recuperando la capacità della classe dirigente di saper cogliere le sfide dei tempi e di farsi promotrice di un’azione progettuale di lungo periodo, nella consapevolezza che l’Università rappresenta l’elemento fondamentale di qualsiasi sviluppo sociale, economico e culturale di un territorio.

Il processo di attuazione della legge 240/2010 rischia di produrre al contrario una sperequazione tra le Università italiane, articolata quasi esclusivamente dentro il criterio territoriale di riferimento e dalla differenza tra il Nord e il Sud del nostro paese. Il divario nelle condizioni di vita e di sviluppo sociale e umano tra Nord e Sud verrebbe ancora di più ad aggravarsi, con evidenti ricadute soprattutto sui giovani, costretti ancora di più ad una emigrazione forzata. Il piano straordinario di reclutamento di professori associati e più in generale i criteri che vengono utilizzati per determinare la distribuzione del fondo di funzionamento ordinario (F.F.O) vanno proprio in questa direzione. Nel mese scorso è stata pubblicata una lettera sottoscritta dai Rettori della neonata federazione (Puglia, Basilicata e Molise) in cui viene dimostrato con dati inconfutabili che gli atenei cosiddetti “virtuosi”, collocati prevalentemente al Nord, sono tali in quanto sovrafinanziati. Proprio in questi giorni è in discussione il cosiddetto decreto 437 che dovrebbe ridefinire i criteri della cosiddetta “virtuosità”. Da una prima analisi l’impostazione generale sembra non discostarsi molto dal pensiero unico e fortemente ideologizzato che ha determinato l’attuale sperequazione in termini di risorse economiche (F.F.O) tra gli atenei del Nord e quelli del Sud. Il rischio di un progressivo smantellamento del sistema universitario statale è oramai concreto e il tentativo di creare un sistema organizzato in Università di serie “A”, “B”, e “C” appare a molti come un processo ineluttabile.

Il sistema universitario pugliese indipendentemente dai suoi meriti scientifici rischia di essere declassato in funzione o in ragione di parametri economici spesso pensati per favorire alcuni e penalizzare altri. Da una ricerca seria fatta da un ente internazionale, SCimago Journal & CountryRank (SJR), emerge chiaramente come in termini di produzione scientifica le Università pugliesi non hanno nulla da invidiare agli altri atenei italiani e addirittura il Politecnico di Bari risulta essere la prima Università pubblica italiana. Sempre dall’estero questa volta il Time conferma la qualità scientifica delle nostre Università collocando l’ateneo barese al 13° posto tra le Università italiane. Pur non amando la dietrologia e le teorie complottiste, non si può non vedere come il dibattito in atto in Italia appare quanto meno inquinato e/o fortemente ideologizzato.

Per far fronte a tutto ciò, è necessario recuperare una visione di sviluppo della nostra Regione che sia sistematica, cioè figlia della collaborazione tra tutte le realtà del mondo politico, sociale, economico e culturale. Al centro di questo organico progetto non può non esserci l’Università, come istituzione di ricerca e formazione, elemento primo e necessario di qualsiasi tipo di sviluppo territoriale, duraturo e fecondo.

Mercoledì, 29 Febbraio 2012 21:39

Fotografia sugli studenti italiani

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Forse non tutti sanno che l’Italia è terzultima nell’Unione Europea per numero di giovani laureati. Tra i ragazzi di età compresa fra i 25 e i 35 anni, soltanto 18 italiani su 100 risultano in possesso di un diploma di laurea. La media scende a 15 su 100 se si considerano le lauree di secondo livello e le lauree magistrali di nuovo ordinamento. Soltanto Romania e Repubblica Ceca fanno peggio di noi.La media europea è invece del 30 per cento. Poi ci sono Paesi come Francia, Svezia, Danimarca e Inghilterra attorno al 40 per cento. E la Germania davanti a tutti al 42 per cento di giovani laureati. In Italia tre studenti universitari su quattro (73%) vivono con i genitori.

La metà è pendolare e il 39% oltre a studiare fa lavori part time. Come mai così tanti pendolari? Nel 2011 chi non ha avuto aiuti economici ha pagato in media 1.160 euro di tasse. Il pendolarismo è una strategia di sopravvivenza. In Italia infatti solo 3 studenti su 10 ricevono aiuti economici per lo studio, due su dieci e uno su trentacinque della media complessiva usufruisce invece di un alloggio isu. In generale, tra lezioni in aula e tempo trascorso sui libri, ogni studente dedica all’università una media di 41 ore a settimana, contro le 32 dei primi anni ‘90. Nonostante la crisi economica influenzi le loro scelte, questi ragazzi si applicano e fanno sacrifici, considerando ancora l’università come un ascensore sociale.
 
Nel 2011 il 68,5% degli studenti non ha ricevuto alcun aiuto economico. Il 15,2% ha ottenuto un esonero parziale, il 9,3% l’esonero totale, il 7,1% una borsa di studio da enti di diritto allo studio. Questi enti erogano il 56,7% del totale degli aiuti, mentre le università partecipano con il 31,2%. Gli enti privati concorrono per il 6,8%. L’importo mediano delle borse di studio è pari a 1.600. L’Italia spende quattrocentottantuno milioni per le borse di studio ai giovani universitari. La Germania spende 1 miliardo e 400 milioni.
 
Il sistema tedesco è davvero interessante e penso sia utile conoscerlo almeno sommariamente, ma questo lo racconterò una prossima volta, intanto vi ricordo una delle fasi dell'approvazione della legge 240/2011 del parlamento italiano.

In data 12 aprile 2012, esattamente 4 mesi dopo la carnevalata dell'approvazione della legge 240 sull'Università (di cui sopra potete vedere alcune seguenze) la senatrice Rosy Mauro E' STATA ESPULSA dalla Lega Nord.

L'Università italiana sopravvive, difficoltosamente, in una condizione di disagio e di crescente emarginazione che ha pochi termini di confronto nella storia recente. Essa ha visto fortemente ridotte le risorse economiche per il suo funzionamento, molto prima che si manifestasse la crisi mondiale e malgrado le modeste dotazioni di partenza rispetto  agli altri Paesi industrializzati. Tutti i saperi umanistici e buona parte delle scienze sociali sono da tempo sfavoriti, a beneficio di discipline che si immaginano più direttamente utili alla crescita economica, o genericamente al “Mercato”. Si tratta di una tendenza in atto da anni che ci accomuna all'Europa e  a larga parte del mondo. A tutti gli insegnamenti viene richiesto di fornire un  sapere utile, trasformabile in valore di mercato, altrimenti sono ritenuti economicamente non sostenibili.  Perciò oggi si sta scatenando negli  atenei la definizione dei “criteri di valutazione”, al fine di misurare la “produttività” scientifica degli studiosi, come
si misura una qualsivoglia quantità calcolabile. Anche per questo, le Università europee  sono sotto l'assedio quotidiano di un flusso continuo di disposizioni normative, che soffocano i docenti in pratiche quotidiane di interpretazioni e applicazioni quasi sempre di breve durata. Sempre minore è il tempo per gli studi e la ricerca, mentre la vita quotidiana di chi vive nelle Facoltà – docenti, studenti, personale amministrativo – è letteralmente soffocata da compiti organizzativi interni mutevoli, spesso di difficile comprensione, quasi sempre pleonastici.  Noi crediamo che questo modello di  Università europea, avviato con il cosiddetto “processo di Bologna” abbia rivelato il suo totale fallimento. Il numero dei laureati non è aumentato,  le percentuali degli abbandoni nei primi anni sono rimaste pressoché identiche, diminuiscono le immatricolazioni, si fa sempre più ristretta l'autonomia universitaria, i saperi impartiti sono sempre più frammentati e tra di loro divisi, tecnicizzati, mai riconnessi a un progetto culturale, a un modello di società.  Tutto ciò riguarda non solo il nesso saperi/mercato, ma anche il modello sociale, come è evidente alla luce dell'innalzamento delle tasse d'iscrizione, delle politiche di numero chiuso e della scelta di segmentare, alla luce di politiche classiste, il sistema universitario nazionale facendosi schermo del mito dell'eccellenza.  Al fondo di questo fallimento c'è una esperienza storica recente che illumina sinistramente l'intero quadro europeo. È quello che possiamo chiamare il grandioso scacco americano. Gli USA, elaboratori del modello che l'UE ha 2 voluto tardivamente imitare, sono il Paese che in assoluto ha investito di più nella formazione universitaria e nella ricerca, finalizzate ad accrescere la potenza economica. Ma a dispetto dell'immenso  fiume di risorse e la finalizzazione spasmodica delle scienze alla produzione  di brevetti e scoperte  strumentali, i risultati sono stati irrisori. La grande  ondata di nuovi posti di lavoro qualificati non si è verificata. Anzi, gli investimenti nel sapere hanno accompagnato un fenomeno dirompente: la distruzione della middle class. Per concludere con una apoteosi: gli USA, che hanno visto trionfare negli ultimi decenni nuove tecnoscienze come l'informatica e la genetica, hanno trascinato il mondo nella più grave crisi economico-finanziaria degli ultimi 80 anni. Questa lezione storica ci dice che  il sapere tecnoscientifico, da sé, interamente finalizzato alla crescita economica e senza un progetto equo e solidale di società, privo della luce della cultura critica, è destinato a fallire. Inseguire gli USA su questa strada è aberrante. La crisi in cui versa il mondo rivela l'erroneità irrimediabile di una strategia da cui bisogna uscire al più presto.  Per tale ragione, i firmatari del presente  Manifesto indicano i punti programmatici cui dovrebbe ispirarsi un  progetto di università che avvii la fuoriuscita dal modello liberistico di un'Europa ormai sull'orlo del collasso.  Occorre al più presto abolire il fallimentare sistema del 3+2 dall'organizzazione degli studi e ripristinare i precedenti Corsi di Laurea, prevedendo lauree brevi per le Facoltà che vogliono organizzarli.
Occorre abolire i crediti (i famigerati CFU) come  criteri di valutazione degli esami. Il fatto che essi siano utilizzati anche nel resto d'Europa è una buona ragione per incominciare a scardinare il misero economicismo che è stato iniettato anche negli atenei del Vecchio Continente.
Occorre ripensare i criteri di valutazione che riguardano i saperi umanistici. Noi crediamo giusto che l'Università  resti pubblica, sostenuta da risorse pubbliche. Una condizione che implica anche un controllo – certamente mediato, ma serio, non propagandistico – del buon uso delle risorse provenienti dal contributo fiscale di tutti i cittadini. Ma tale controllo deve riguardare soprattutto i Consigli di Amministrazione degli Atenei, che devono diventare assolutamente trasparenti, con adeguata pubblicità, nelle loro scelte e nei loro bilanci.
L’organo di autogoverno degli Atenei sul piano didattico e della ricerca non può essere comunque il CdA, ma il Senato Accademico, democraticamente eletto, in modo da rappresentare equamente tutte le discipline e tutte le figure di coloro che nell’Università lavorano e studiano.  Occorre ripristinare la figura del ricercatore a tempo indeterminato abolita dalla legge Gelmini. Occorre immediatamente dar vita a un meccanismo di rapido reclutamento di nuovi ricercatori, con liste nazionali di idoneità, che tengano conto della produzione scientifica, dell’esperienza maturata nell’attività didattica, nell’attività gestionale, e nell’organizzazione culturale: le Facoltà 3 dovranno poter scegliere all’interno di quelle liste e chiamare liberamente gli idonei.  
Ma è necessario al più presto bandire concorsi per la docenza in tutte le Facoltà. I docenti (compresi i ricercatori) italiani sono i più vecchi d'Europa e i numerosi pensionamenti hanno sguarnito  gravemente tante Facoltà. Oggi si piangono ipocrite lacrime sulla disoccupazione della gioventù. Ma quale migliore occasione per il governo in carica  di fornire risorse ai ricercatori  senza lavoro, ai tanti giovani che passano dai dottorati ai master senza mai trovare un approdo, una istituzione in cui continuare studi e ricerche?
È infine necessario spendere le energie dei docenti per riorganizzare i saperi, il loro studio e la loro trasmissione nelle Università. La complessità sempre più interrelata del mondo vivente e della società ci impone un diverso modo di studiare, ci chiede un dialogo tra le discipline, una organizzazione degli studi che non esalti la solitaria eccellenza individuale, ma la cooperazione fra campi diversi della conoscenza, così come la società ci chiede la cura collettiva dei beni comuni.

Seguono miglia di firme, tra cui anche quella del sottoscritto.

Martedì, 31 Gennaio 2012 21:04

Esercitazioni di secessione In evidenza

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Le risorse del Fondo Ordinario per le Università (F.F.O) non sarebbero distribuite in modo equo e trasparente. A sottoscriverlo i Rettori della costituenda Federazione Universitaria del Sud-Est, che in una lettera aperta al ministro Francesco Profumo hanno evidenziato una non omogenea distribuzione geografica dei fondi.

"Se si suddividono i 54 atenei valutati in due gruppi di pari numerosità, ubicati rispettivamente a nord ed a sud del parallelo passante per Foligno, – scrivono nella lettera – si ottiene la seguente situazione: dei 27 atenei centro-meridionali solo 2 appaiono, peraltro piuttosto marginalmente, “virtuosi”, mentre delle 27 università del centro-nord ben 23 rientrano in questa “fortunata” categoria".

Aggiungiamo noi, "per caso non è che si incominciano a fare delle esercitazioni di secessione?"

Ultima modifica il Sabato, 11 Febbraio 2012 12:07
Giovedì, 26 Gennaio 2012 00:12

Michel Martone: "un genio compreso" In evidenza

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Magari lo pensano in molti, ma se a dirlo è un sottosegretario al Lavoro la notizia fa scandalo. E' successo con la frase pronunciata il 24 gennaio 2012 nel corso di un convegno a Roma dal viceministro Michel Martone, stretto collaboratore del ministro Elsa Fornero. Dobbiamo iniziare a far passare messaggi culturali nuovi: dobbiamo dire ai nostri giovani che se non sei ancora laureato a 28 anni, sei uno sfigato. Salvo poi aggiungere: L'importante è fare qualcosa bene: se scegli di fare un istituto tecnico professionale a 16 anni sei bravo. Essere secchioni in fondo non è male, almeno hai fatto qualcosa. Ma tanto è bastato per urtare la suscettibilità di molti. A cominciare dagli studenti dell'Unione degli Universitari: Constatiamo di essere di fronte alla classica dichiarazione di una persona che non ha un minimo attaccamento con la realtà di cui parla, né tantomeno un briciolo di rispetto per gli studenti e le famiglie che ancora oggi, nonostante le mille difficoltà economiche e un'organizzazione della didattica spesso incoerente, cercano di proseguire nel percorso ad ostacoli della laurea: ostacoli di ordine economico e sociale, è detto in una nota. Anche i partiti politici si dicono indignati: l'Italia dei Valori definisce fuori luogo e offensive le parole di Martone, definito snob e superficiale dalla Lega Nord.

Questo è quello che hanno riportato i giornali, però noi sapendo che la rete conserva tutto, ci siamo attivati effettuando dlle ricerche e  da Unilex, lista di legislazione universitaria fondata da Tristano Sapigni viene fuori chi è veramente Michel Martone.

Diciamo che è un tipico prodotto dell'accademia familistica italiana. Uno che a 23 anni è dottorando, a 26 ricercatore di ruolo, a 27 professore associato e a 29, nientemeno, professore ordinario. Un fulmine, una saetta, un baleno incredibile per i tempi dell'università italiana, dove l'età media per diventare ricercatore, se non hai missili nel taschino, è di 35 anni. Lui non ha bruciato le tappe, le ha addirittura polverizzate.

Diciamocelo, qualche dubbio sulle sue capacità viene. Già, perché se uno parte in questa maniera e poi non dimostra di poter riscrivere tutta la dottrina giurisprudenziale da solo, allora significa che è un bluff. Oppure che ha avuto dalla sua parte delle carte imbattibili.

Una di queste carte è forse il papà, Antonio Martone, presidente della Commissione per la Valutazione, l’Integrità e la Trasparenza delle Amministrazioni pubbliche, il Civit, ovvero l’Autorità indipendente preposta anche a funzioni di garanzia del corretto funzionamento dell’intera Funzione pubblica, che gli ha spianato la strada. Ma di certo è leggere il giudizio dei commissari al suo concorso da ordinario, a Siena, che aiuta molto a capire la politica da rampante che ha adottato il giovane Martone.

In quel concorso, tenutosi da gennaio a luglio 2003, i commissari erano cinque: Mattia Persiani (Presidente), Roberto Pessi, Francesco Liso, Marcello Pedrazzoli, Silvana Sciarra. Gi iscritti al concorso erano 8 (otto) ma 6 (sei), magicamente, si ritirano. Restano solo Franca Borgogelli e Michel Martone. Dei due, la Borgogelli è la più credibile: diplomata nel 1970, si laurea nel 1975 in Scienze Politiche e poi nel 1982 prende una seconda laurea in Giurisprudenza. Tecnicamente, per restare nelle categorie di Martone, "una secchiona", ma visto che la seconda laurea la prende a trent'anni, anche una "sfigata".

L'anno dopo, 1983, la Borgogelli diventa ricercatrice di ruolo, incarico che ricopre fino al 2000 (quindi per 17 anni). Poi viene nominata professore associato. Una solida preparazione, come si dice di solito, unita a una costante crescita professionale e a una sicura padronanza della dottrina. Più di quaranta pubblicazioni nell'arco di un ventennio.

Su di lei, la commissione avrà pochi dubbi, votando 5 su 5 per la sua promozione a professore ordinario.

Su Martone invece i dubbi ci sono. Il suo curriculum elenca una girandola di attività di docenza a master e a corsi di perfezionamento, ma purtroppo le sue credenziali come pubblicazioni sono scarse. Due monografie appena, delle quali una presentata in edizione provvisoria (quindi, secondo le regole normalmente seguite, non ammissibile; ma le regole, in questo caso, sono un optional).

I giudizi sulla sua attività di ricerca, anche da parte dei commissari più benevoli, sono sferzanti:

  • Silvana Sciarra scrive, riguardo al contenuto della sua monografia principale, che "I numerosi riferimenti a fatti ed a metodologie di analisi sono caratterizzati talvolta da passaggi argomentativi non del tutto esaustivi" e che "permane la difficoltà di individuare una chiara ipotesi di lavoro". Chiudendo con un giudizio che appare una bocciatura: "M. Martone dimostra di trattare con spigliatezza gli argomenti prescelti e di adoperare correttamente il linguaggio giuridico, ma di dovere ulteriormente affinare il ricorso al metodo storico ed interdisciplinare. E’ auspicabile che la già acquisita maturità scientifica si consolidi ulteriormente in futuro in una produzione più diversificata". Tuttavia, a sorpresa - e chissà perché, "Il candidato, nel complesso, risulta idoneo ai fini della valutazione comparativa".

  • Il Prof. Pedrazzoli si arrampica sugli specchi, letteralmente. Dopo aver argomentato, come la Sciarra, afferma che "Nonostante questi elementi di discutibilità, da ascrivere per così dire alla sua giovinezza scientifica, il candidato, che si raccomanda anche per una scrittura fluida e chiara, appare visibilmente dotato di forte propensione alla riflessione giuridica. Le notevoli qualità su cui può contare avranno occasione di manifestarsi appieno, quando sarà trascorso il tempo occorrente per la loro sedimentazione. Confidando nella sicura riuscita di tale auspicio, autorizzato da quanto fin ora il candidato ha mostrato, viene quindi per lo stesso formulato un positivo giudizio, anche prognostico, che lo rende meritevole di essere preso in considerazione ai fini della valutazione comparativa". Confidando? Sedimentazione? Prognostico?

Ma scusi professore, qui non si parla di un concorso da ricercatore, per cui si può scusare la "giovinezza scientifica" (anche se sarebbe più italiano "gioventù"). Qui si parla di un concorso da ordinario per il quale la gioventù scientifica non è una scusante, ma un'aggravante. E la sedimentazione deve essere già avvenuta al di là di ogni prognosi.

Ma andiamo avanti.

  • I proff. Persiani e Pessi sono più entusiasti, mentre critico, vox clamans in deserto,
  • il professor Liso. E' l'unico a chiudere il suo giudizio con un lapidario: "Il candidato, che nei suoi lavori fornisce sicura prova di possedere ottime capacità al lavoro scientifico e potenzialità che gli consentiranno di arrecare importanti contributi alla nostra materia, merita di vedere riconosciute le sue indubbie qualità in un’occasione in cui la dichiarazione della sua piena maturità costituisca frutto più di una certificazione che di una aspettativa, per quanto seriamente fondata". Come dire, al di là del giuridichese arzigogolato: si ripresenti quando un po' più di acqua è passato sotto i ponti.

Ma il non-sfigato diventa ordinario e per di più il bocconiano Monti lo promuove sottosegretario.



Ultima modifica il Mercoledì, 25 Gennaio 2012 16:53
Martedì, 24 Gennaio 2012 17:06

Emergenza per il Sapere In evidenza

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Approfittando dell’attenzione dell’opinione pubblica verso le “liberalizzazioni” di alcuni settori di attività del nostro Paese come strumento per una loro modernizzazione, in questi giorni è stata rilanciata - con l’adesione di un gruppo di docenti universitari - la proposta di abolire il valore legale del titolo di studio (valevole quindi come condizione di accesso ai concorsi per l’impiego pubblico) e di “liberalizzare” le tasse studentesche (già tra le più alte dell’Europa continentale, specie se in rapporto agli scarsi servizi disponibili ed ai livelli di reddito), affiancandovi un sistema di prestiti agli studenti, da restituire dopo l’ingresso nel mercato del lavoro.

Andando all’essenziale, alla base di queste proposte ci sono alcune idee che non ci sentiamo di condividere. La prima è che l’equità sociale delle opportunità di accesso alla formazione universitaria sarebbe ristabilita dal sistema dei prestiti. E’ evidente che si tratta di una finzione (se non di un inganno): un individuo ‘povero’ indebitato, oggi studente domani (forse) lavoratore, non è uguale a (ne’ libero quanto) un individuo ‘ricco’ senza debiti. Anche quando si sostiene che comunque tasse più alte e prestiti sarebbero un sistema più equo dell’attuale, distorto principalmente dall’evasione fiscale, si finisce per far scontare ai giovani, gravandoli precocemente di debiti, l’incapacità dello Stato nel riscuotere i tributi.
La creazione di un mercato dei titoli di studio, conseguente all’abolizione del loro valore legale, metterebbe poi, secondo i proponenti,  le università in una sana concorrenza per la qualità. Anche in questo caso siamo di fronte ad una finzione (se non ad un inganno). Date le posizioni di partenza degli atenei, diseguali e caratterizzate da sottofinanziamento, l’unica concorrenza che scatterebbe fra Università sarebbe appunto per le risorse, con conseguente vantaggio dei gruppi di potere accademico, politico ed economico consolidati che invece, si suppone, dovrebbero essere il bersaglio delle politiche di liberalizzazione nel loro spirito più nobile. Il ‘valore legale’ tenderebbe semplicemente ad essere sostituito dal valore monetario necessario per conseguire il titolo di studio. Le due misure associate produrrebbero un effetto micidiale di stratificazione per censo delle Università, acuendo i già presenti dislivelli territoriali che caratterizzano il nostro sistema universitario nazionale. Abolire il valore legale del titolo di studio significa anche abbandonare l’obiettivo di uno standard nazionale di riferimento per la formazione universitaria: al contrario bisogna intervenire perché tutte le università finanziate dallo Stato rispettino tale standard. Anche l’accento (giustamente) posto sulla centralità del merito nella vita universitaria assumerebbe, alla luce di queste misure, un deciso sapore classista.
Queste proposte implicano quindi una decisa spinta alla privatizzazione di fatto dell’università pubblica e alla restrizione sociale dell’accesso. Accettarle significherebbe anche una resa istituzionale all’inefficienza pubblica in vari ambiti, come il controllo dell’evasione fiscale e della qualità dei servizi pubblici, e del reclutamento nell’impiego pubblico.

Per questo chiediamo alla classe politica che si riconosce nella nostra Costituzione Repubblicana e al Governo di rifiutarle, di non accettare scorciatoie fuorvianti ai problemi del finanziamento e del rilancio del sistema educativo e universitario pubblico, così come di altri ambiti preziosi della produzione culturale del Paese. L’università deve restare una istituzione pubblica centrale e deve riprendere a svolgere tutte le sue funzioni, in primis quella di fornire una formazione critica e qualificata, basata su didattica e ricerca libere, plurali e rigorose, con il più ampio accesso sociale agli studi e alle professioni della ricerca e della docenza. Per poter svolgere questo suo ruolo pubblico all’università non serve mettersi in vendita, ma servono politiche e risorse adeguate.

Ultima modifica il Mercoledì, 25 Gennaio 2012 16:08
Martedì, 06 Dicembre 2011 22:24

Sperequazione di Stato In evidenza

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I colleghi dell'Ateneo di Bologna hanno inviato al Premier Monti ed al ministro dell'Università e Ricerca Profumo una lettera aperta perché rivedano le misure previste per il mondo accademico. In particolare quelle riguardanti il blocco degli scatti d’anzianità che andrebbero a penalizzare soprattutto i giovani docenti.

L’attuale situazione economica richiede sacrifici a tutti i cittadini.

Non ci si vuole esimere neppure in parte dal dare il contributo al risanamento dei conti, pur osservando di essere categoria che in nessun modo ha contribuito a deteriorarli. Si constata e contesta, tuttavia, l’intento punitivo e persecutorio contenuto nei provvedimenti legislativi che ci riguardano e che non hanno pari con quelli di nessuna altra categoria. Non stiamo evidenziando l’esosità del contributo, ma stigmatizziamo le modalità con cui esso è stato richiesto, gli effetti abnormi che crea e – soprattutto – gli aspetti di forte iniquità e di forte regressività che produce.

Operazioni di tagli, talvolta indiscriminati, sono stati già compiuti dai governi precedenti ai danni del sistema universitario statale e dei suoi attori. Nello specifico assume una connotazione di forte discriminazione il blocco definitivo per tre anni della progressione di carriera dei docenti universitari derivante dalla applicazione dell’art. 9 comma 21 del d.l. n. 78 del 31 maggio 2010, convertito nella legge n. 122 del 30 luglio 2010, il quale, come è noto, prevede che «per le categorie di personale di cui all’articolo 3 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 e successive modificazioni, che fruiscono di un meccanismo di progressione automatica degli stipendi, gli anni 2011, 2012 e 2013 non sono utili ai fini della maturazione delle classi e degli scatti di stipendio previsti dai rispettivi ordinamenti».

Non è questa la sede per dare una compiuta dimostrazione tecnica, per altro già dispiegata avanti alcuni TAR, dell’irrazionalità, iniquità, incostituzionalità della disposizione, che presenta ampi aspetti regressivi nell’imporre sacrifici inversamente proporzionali alla misura dello stipendio dei docenti universitari a cui il blocco cui accede.

Appare tuttavia necessario evidenziare che il suddetto effetto regressivo si acuisce con il mancato recupero dell’anzianità, verificandosi il trascinamento del blocco fino al pensionamento e poi sul trattamento pensionistico. Esso sarà maggiore per i più giovani con redditi più bassi e minore mano mano che si sale nella scala stipendiale e di anzianità. Il contributo complessivo dei neo assunti sarà perciò dieci volte maggiore del professore a fine carriera. In ispecie con il sistema pensionistico contributivo questo meccanismo ingiusto e regressivo si amplifica con riferimento alla determinazione del montante contributivo individuale e perciò continuerà anche con il trattamento di quiescenza.

Inoltre, la palese illegittimità del mancato recupero dell’anzianità congelata con il primo scatto successivo al blocco medesimo, fermo restando l’effetto di perdere la corresponsione della retribuzione per la classe o scatto, cioè l’indiscusso contributo del singolo al bene del Paese, viola il principio dell’infrazionabilità e insospendibilità dell’anzianità in presenza della prestazione lavorativa. Detto mancato recupero ha anch’esso ulteriore effetto regressivo, dunque irrazionale, dunque in violazione dell’art. 3 della Costituzione, in quanto incide maggiormente sui giovani, che mai più potranno recuperare, piuttosto che sugli anziani, pensionandi, rispetto ai quali l’effetto è minimo impatto.

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