| By Francesco Pinto,
on 25-01-2010 11:08
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Published in : Blog, University |
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Riportiamo la proposta del Coordinemento Nazionale dei Ricercatori (C.N.D.R.) a firma di Marco Merafina. Il disegno di legge sull’Università recentemente presentato dal Governo affronta nodi cruciali del funzionamento del Sistema Universitario: dalla governance al reclutamento, dagli ...
interventi per la qualità e l’efficienza del Sistema allo stato giuridico dei docenti. Tuttavia il disegno di legge, pur affrontando così tanti aspetti, comprendendo tra essi anche una possibile revisione delle retribuzioni dei docenti, “dimentica” di considerare alcune norme transitorie indispensabili che dovrebbero riguardare gli attuali Ricercatori Universitari, cancellando così definitiva mente ogni prospettiva di soluzione dello Stato Giuridico, atteso ormai da quasi trent’anni. Diventa quindi improcrastinabile presentare una proposta di soluzione di questo problema perché mai come in questo DDL si rischia di pronunciare una parola definitiva sul destino dei ricercatori universitari se non sarà fatto qualcosa presto e bene. Infatti, la grave situazione finanziaria in cui si dibattono gli Atenei italiani a causa del cronico sottofinanziamento del Sistema sta provocando l’impossibilità di operare un seria programmazione del personale docente e la pressoché totale cancellazione di tornate concorsuali necessarie per lo sviluppo delle carriere dei docenti già inseriti e per il reclutamento dei giovani in attesa da anni e senza prospettive.
Su questa crisi, il disegno di legge sceglie delle soluzioni che risultano assolutamente poco credibili e non attuabili se verranno mantenuti i tagli introdotti dalla legge 133 del 2008 e soprattutto impedisce ai Ricercatori Universitari, per la mancanza di concorsi, di uscire dal vicolo cieco cui sono stati posti dalla messa a esaurimento operata dalla Legge Moratti e dalle cosiddette corsie preferenziali introdotte in questo DDL a favore dei giovani Ricercatori a tempo determinato che potranno essere inquadrati nella fascia dei professori associati con meccanismi più celeri di quelli previsti per chi è già nel ruolo.
La proposta consiste sostanzialmente nella richiesta di inquadramento alla seconda fascia docente per tutti quei ricercatori che hanno fatto didattica certificata dalle facoltà (anche diverse e/o di diversi Atenei) per almeno sei anni consecutivi (in analogia con l’impegno richiesto ai ricercatori a tempo determinato nel DDL) e che mostrano di essere attivi nella ricerca superando dei requisiti minimi scientifici da determinare in sede di trattativa. Questo riconoscimento del ruolo di professore che il CNRU richiede da tempo, potrà essere richiesto dal singolo ricercatore in possesso dei requisiti precedentemente indicati in cambio del mantenimento della progressione economica attuale e cioè quella da ricercatore. Per tutti coloro che non avranno maturato tali requisiti al momento dell’attuazione della presente proposta si potrà stabilire un periodo non inferiore a otto anni per la maturazione dei medesimi e la conseguente possibilità di inquadramento nel ruolo dei professori di seconda fascia. In questo modo si è inquadrati come professori di ruolo con tutto ciò che la cosa comporta a livello di diritti accademici e di doveri continuando a percepire lo stipendio da ricercatore con la stessa progressione, mantenendo il livello maturato e continuando a percepire gli scatti biennali, con l’impegno, da assumere in sede di trattativa, di ridiscutere tra qualche anno una risistemazione complessiva delle curve retributive di tutti professori universitari (peraltro già prevista nel DDL), legando gli scatti stipendiali a valutazioni di merito nell’ambito di una carriera unica. È bene ricordare che allo stato attuale se si vince un concorso per essere inquadrato nel ruolo di professore associato, dal punto di vista retributivo possono succedere due cose: 1) Se se è giovani abbastanza, l'inquadramento a livello 0 della progressione economica del professore associato procura un aumento di stipendio (ma vale per pochi). 2) Se si ha un’anzianità pari o superiore al V livello, il proprio stipendio da ricercatore è già superiore a quello che si percepirebbe da professori associati, e si continua a percepire lo stesso stipendio (con un assegno ad personam) fino a che la ricostruzione della carriera, con il riconoscimento del 2/3 del periodo svolto da ricercatore e che il DDL ha intenzione di rivedere (art.5 comma 4 lettera m), e gli scatti maturati non porteranno a uno stipendio superiore. Durante quel periodo lo stipendio non aumenta anche se si maturano degli scatti, con conseguente penalizzazione anche in termini di contributi per la pensione. È il motivo per cui molti nostri colleghi più anziani decidono di rinunciare a fare un concorso perché vicini alla pensione e quindi consapevoli di rimetterci.
Con questa proposta lo Stato non ci rimette perché continua a pagare la retribuzione come se l’interessato fosse rimasto ricercatore; mentre il ricercatore diventato professore di seconda fascia ci guadagna perché continua a percepire gli scatti e non interrompe la progressione di carriera. Chi conosce bene i meccanismi, si accorge che è più conveniente perché prendendo più soldi subito e rallentando più avanti ci guadagna a livello di contributi pensionistici, soprattutto se è nel regime misto o totalmente contributivo, come ormai la maggior parte di noi. Quindi, facendo bene i conti, ci si accorge che in questo modo si percepiscono più soldi che vincendo un concorso nella modalità attuale. Se poi aboliscono la ricostruzione di carriera, come prefigurato nel DDL, questa proposta diventa soluzione quasi obbligata per non rimetterci un sacco di soldi. Solo i giovani andrebbero a perdere qualcosa (rispetto a un immediato inquadramento per concorso a professore associato), ma mi chiedo: viste le difficoltà a fare concorsi con i soldi a disposizione, e cioè quasi niente, quanto tempo dovranno attendere prima di avere un concorso e vincerlo? Sicuramente il tempo che gli resta per avere uno stipendio superiore al V livello e quindi superiore al livello 0 di un professore associato: alla fine rientrerebbero anche loro nella seconda categoria. Poiché l'inquadramento sarà a richiesta e tra coloro che dimostrano di fare didattica certificata dalle facoltà ed essere attivi nella ricerca, chi non vorrà potrà restare ricercatore in eventuale attesa di un concorso. Ovviamente al momento della richiesta si accetta tale progressione in attesa di una risistemazione delle curve retributive di tutta la docenza e questo per evitare ricorsi volti a ottenere gli scatti da professore associato subito appena inquadrati. Questa soluzione porta ulteriori benefici. I soldi risparmiati potranno consentire una credibile attuazione del piano di reclutamento dei ricercatori a tempo determinato e conferirebbero credibilità alla "tenure track", almeno dal punto di vista della compatibilità finanziaria, visto che comunque le università non sono obbligate a inquadrare il giovane nel ruolo. Diversamente, senza investimenti, tutto si ridurrebbe a un'ulteriore precarizzazione della docenza.
I ricercatori, così inquadrati in seconda fascia, non subiranno il pericolo di essere prepensionati, visto che la norma espressamente esclude dal provvedimanto i professori universitari. Essi inoltre potranno finalmente ottenere di andare in pensione non più a 65 anni ma a 68-70 anni, come tutti gli altri professori associati. Inoltre, l'allargamento della base dei professori di seconda fascia giustificherà un seria programmazione di concorsi di I fascia per mantenere la proporzione tra le due fasce a valori accettabili, visti anche i pensionamenti che ci saranno nei prossimi anni. Infine, avendo risparmiato sulle spese organizzative per i concorsi e per le progressioni economiche dei ricercatori attuali inquadrati nel ruolo di professori di seconda fascia (la progressione economica resta la stessa e i costi rimangono quelli attuali come se nessun ricercatore avesse vinto un concorso), si eviterebbe la contrapposizione con i più giovani a tempo determinato che potranno progredire con le risorse risparmiate, senza che si dica che gli attuali ricercatori “costituiscono un freno per la loro progressione di carriera”, impedendo lo svolgimento di nuovi concorsi per molti anni. L’obiezione che ci sarebbero troppi professori di seconda fascia si supera con le esigenze didattiche che non consentono di mantenere un livello accettabile con meno di 50 mila docenti di ruolo. A meno che si voglia precarizzare anche la funzione docente con conseguente scadimento della qualità dell’offerta formativa. Se la proposta incontrerà il favore della maggioranza dei ricercatori, sarà poi formalizzata al Ministero competente.
Per evitare fraintendimenti è importante sottolineare che tale proposta non costituisce una Ope Legis perché di fatto riconosce il lavoro svolto dai ricercatori e lo fa senza oneri ulteriori e non indiscriminatamente: se le fasce di docenza, con lo schema presentato in questo DDL, diventano due, l'inquadramento in seconda fascia diventa l'unica possibilità per non estromettere definitivamente i ricercatori dalle componenti attive dell’Università. L’operazione va quindi sviluppata in modo ampio poichè il numero totale dei docenti non deve diminuire troppo. E se prima comprendeva tre fasce e adesso ne comprende due, deve avere dentro tutti i docenti attuali o la stragrande maggioranza di essi, altrimenti rimanere ricercatori sarebbe una retrocessione.
Un rifiuto del Ministero di una tale proposta che è a costo realmente zero, significherebbe dare attuazione a un disegno che deliberatamente programma il fallimento delle carriere di 26 mila docenti, non essendoci un piano credibile di concorsi con i tagli attuali e visto che anche la riforma deve essere attuata senza oneri ulteriori per lo Stato. Infatti, la proposta di inquadrare per concorso regolare il 70-80% dei ricercatori durante il periodo che intercorrerà dall’entrata in vigore del presente DDL al momento in cui i ricercatori a tempo determinato potranno essere inquadrati nel ruolo di professori associati non è realizzabile, dovendo prevedere l’implementazione di almeno 2500 concorsi di seconda fascia all’anno per 5-6 anni. Non ci sono le risorse, non ci sono i tempi per farlo. La proposta ha l’obiettivo di arrivare allo stesso risultato tagliando sui costi e soprattutto sui tempi.
Del resto non si può continuare ad accettare che alla maggior parte dei ricercatori sia impedito, per ragioni finanziarie, di progredire nella carriera. Non può essere la mancanza di risorse a decidere la percentuale di ricercatori da inquadrare nel ruolo di professore. Ricercatori che hanno svolto attività da docenti da almeno 15 anni e che hanno permesso l'attuazione della riforma dell’ordinamento didattico e che attualmente fanno lezione gratuitamente nella stragrande maggioranza dei casi hanno già dimostrato la matutità necessaria per essere inquadrati come professori di seconda fascia. Cosa altro ancora dovrebbero dimostrare?
Last update: 07-05-2010 16:43
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