| By Francesco Pinto,
on 28-04-2010 09:40
|
Views : 358  |
Favoured : None |
Published in : Blog, University |
x
Francesco Indiveri, presidente del CNU (Comitato Nazionale Universitario) ha inviato la seguente petizione ai componenti della VII Commissione del Senato al fine di far conoscere a TUTTI lo stato dell'Università in Italia. "Le scriviamo dopo aver preso visione degli emendamenti che sono stati proposti sul DDL 1905 nel corso della discussione in seno alla Commissione VII del Senato. La valutazione di questi emendamenti ci ha... (per proseguire nella lettura cliccare sulla freccia in basso)
deluso in quanto abbiamo dovuto constatare che la gran parte delle proposte che avevamo avanzate, nonostante l’impressione favorevole avuta nel corso dei nostri incontri, non ha trovato accoglienza e non è stata tradotta in proposte idonee a migliorare il testo della legge.
Gli aspetti che rimangono senza possibile soluzione sono molti, dalla completa assenza di indicazioni per la soluzione del grave handicap finanziario che tutti gli atenei dovranno fronteggiare nell’immediato futuro (che li vedrà impotenti a finanziare la ricerca, a garantire gli standard di sicurezza e di operatività basilare a studenti, professori e ricercatori) alle incertezze sui modelli di governance che fanno intravedere un assetto degli atenei più simile ad un organismo militare che ad una struttura in cui docenti e discenti costruiscono il futuro della Società in un contesto di democratica e costruttiva convivenza oltre che nel rispetto delle reciproche responsabilità e competenze.
Analizzare individualmente tutti gli elementi che suscitano la nostra preoccupata perplessità richiederebbe molto tempo e la necessità di un confronto aperto e responsabile con il legislatore, cosa che finora non è risultata praticabile stante la pervicace determinazione del Ministro nel rifiutare qualsiasi contatto con le organizzazioni della docenza universitaria.
Alla luce di queste premesse vogliamo puntualizzare solo alcuni aspetti del DDL che, a nostro parere, rappresentano l’elemento più negativo e più foriero di conseguenze nefaste per l’Università : a) La cancellazione della Ricerca Scientifica dall’elenco dei caratteri genetici dell’Università; b) La rottamazione definitiva della categoria dei ricercatori universitari per i quali non è prospettato alcun futuro; c) La perseveranza nel mantenere in vita meccanismi di accesso all’Università che generano il precariato permanente e facilitano clientelismo, familismo e corruzione.
Si tratta di tre elementi che, se ben guardati, risultano strettamente correlati ed interdipendenti: infatti un’Università che perde il connotato di sede principale della ricerca scientifica può permettersi di eliminare quelle figure che il legislatore ( DPR 382/1980) aveva creato allo scopo di fornire operatori strettamente correlati con lo sviluppo della ricerca e può, altrettanto agilmente, prevedere di basare la propria sopravvivenza su un ristretto numero di operatori organici e una moltitudine di giovani sottopagati (con contratti occasionali e/o assegni) e sfruttati con la promessa di un futuro contratto a tempo definito e un possibile inserimento nella ristretta area dei professori.
Noi siamo fermamente convinti che l’essenza dell‘Università sia la ricerca scientifica e che soltanto lo sviluppo di attività di ricerca permette di organizzare una didattica idonea a fornire alla Società la classe dirigente di domani. Questa convinzione ci viene dall’esperienza che abbiamo maturato lavorando nella nostra Università ed in quelle di altri Paesi e dalla constatazione che il prodotto (i molti giovani laureati e/o dottorati che emigrano) di questa Università (che ha nel codice genetico la ricerca) è rispettato ed accolto nel mondo scientifico internazionale in cui mette radici e cresce rigogliosamente. Radicati in questa convinzione torniamo a chiedere con forza che nella legge di riforma si definisca l’Università come la sede naturale e primaria della ricerca scientifica del Paese Italia.
La figura del ricercatore universitario fu introdotta nel 1980, ma il suo stato giuridico è rimasto per trent’anni indefinito; ne è derivato che i giovani entrati nell’Università attraverso questa via sono stati utilizzati nelle maniere più disparate e, comunque, hanno vieppiù acquisito i connotati del docente al punto che sono molto frequenti i casi in cui un corso di laurea si basa in gran prevalenza sul lavoro di ricercatori che, proprio per far fronte al carico didattico, dedicano meno tempo del dovuto all’attività di ricerca. Questo è il quadro che chiunque viva negli atenei italiani vede chiaramente e che pone con determinazione la domanda se sia possibile immaginare di riformare l’Università senza proporre alcuna prospettiva per coloro che sono stati forzatamente costretti nelle condizioni dette, facendo invece supporre che un energico colpo di spugna possa risolvere il problema.
Le organizzazioni della docenza , inascoltate, hanno suggerito all’interlocutore politico varie possibili soluzioni ( noi stessi del CNU ne proponiamo una) che prevedono non una sanatoria ma che, attraverso un meccanismo di valutazione e selezione agli attuali ricercatori, sia riconosciuta la funzione di docenza e gli aventi titolo siano immessi in una terza fascia, permanente o ad esaurimento, oppure direttamente nella seconda fascia del ruolo di docenti. Nessuna di queste proposte ha avuto considerazione, né dal legislatore è venuto alcun cenno che almeno il problema verrà posto all’ordine del giorno e affrontato.
Un simile stato di cose è l’antitesi della collaborazione costruttiva e può essere visto come un chiaro segnale di ostilità verso una componente significativa del personale che in questa Università lavora con dedizione e sacrificio. Perciò chiediamo con forza che chi è responsabile della politica di questo Paese non esasperi le situazioni al punto da rendere necessario rivitalizzare iniziative di dissenso e di protesta, che credevamo aver lasciato in qualche cantina insieme ai ricordi di gioventù del mitico 68, e apra un tavolo di confronto sul tema. I meccanismi che attualmente generano e fanno crescere il precariato costituiscono una delle storture che rendono necessaria una legge di riforma della nostra Università. Questi meccanismi consistono essenzialmente nella possibilità di arruolare negli Atenei giovani laureati o neo-dottori di ricerca con contratti e contrattini o assegni di ricerca che permettono ai professori di disporre di mano d’opera a buon mercato che, con la vaga prospettiva di una futura “sistemazione”, rimane per un tempo indefinito nella “palude” del precariato.
Il CNU ha ripetutamente richiesto di porre fine a questo meccanismo, che essendo attivato al di fuori da qualsiasi serio controllo di qualità (delle persone che si assumono, delle attività di cui esse vengono incaricate e dei risultati che esse perseguono) si presta a selezioni essenzialmente basate sul censo e sulla appartenenza a clan (famigliari o di altro genere). Ciò si potrebbe realizzare attraverso la identificazione di un unico canale di accesso temporaneo alla vita accademica successivo al dottorato, basato su un contratto dai contorni definiti e sulla attribuzione di un progetto di ricerca, opportunamente finanziato sulla base della programmazione degli ingressi nei ruoli della docenza, che permetta di verificare le capacità del contraente di sviluppare un percorso di ricerca in maniera produttiva. Da più parti ci è stato fatto osservare che una simile soluzione potrebbe determinare una eccessiva rigidità del sistema per cui sarebbe opportuno consentire che figure meno caratterizzate del “ricercatore a tempo definito (RTD)” possano trovare accoglienza negli atenei. Riteniamo che questa osservazione possa avere qualche fondamento, tuttavia non ci sembra accettabile che la possibilità di far accedere alla ricerca figure diverse dal RTD possa essere ammessa senza alcuna regola. In primo luogo ci sembra indispensabile definire un tempo massimo per la permanenza nelle strutture universitarie di personale precario (max. 6-7 anni) trascorso il quale, in assenza di prospettive serie e concrete di accesso alla docenza, si deve avere il coraggio e la decenza di invitare l’interessato a rivolgere il suo interesse professionale verso realtà diverse dall’Università consentendogli di utilizzare, in termini di titoli professionali, l’esperienza maturata; in secondo luogo riteniamo indispensabile definire a livello nazionale le caratteristiche economiche e professionali degli incarichi attribuibili oltre che le modalità attraverso cui essi vengono assegnati.
Allo stato delle cose esiste nelle Università italiane una vastissima popolazione di precari (40.000?) di età fra i 32 ed i 45 anni, che spesso sono portatori di una professionalità molto interessante risultante da un lavoro oscuro e poco riconosciuto, che attende un rinnovamento del sistema nella speranza di poter accedere a posti di responsabilità. Essi potrebbero essere il motore del rinnovamento reale se venissero identificati strumenti idonei, costituiranno invece una perdita secca e incalcolabile se rimarranno nell’attuale limbo o saranno costretti a cercare fuori dall’Italia condizioni di lavoro più gratificanti.
Da quanto detto emerge con chiarezza il nesso fra soluzione del problema “precariato”, soluzione del problema “ricercatori” e valorizzazione della ricerca. Abbiamo visto che fra gli emendamenti proposti c’è quello relativo al pensionamento a 65 anni dei professori. Riteniamo che si tratti di un falso problema e che per una attività intellettuale per antonomasia, anche considerando l’allungamento della vita media, gli attuali 70 anni rappresentino un traguardo adeguato.
Siamo fermamente convinti che il ringiovanimento dell'Università sia necessario ma esso deve partire dal reclutamento, facendo entrare nel ruolo di prefessore giovani ancora nella pienezza del loro entusiasmo, non i quaranta-cinquantenni come avviene ora. E facciamo osservare come sia alquanto originale l’idea che eventuali risparmi per il paese si possano fare trasferendo partite di spesa dal MIUR all'INPDAP."
La ringraziamo per l’attenzione e le inviamo molti cordiali saluti
(lettera inviata il 13 aprile 2010 alla VII Commissione Pubblica Istruzione e Cultura del Senato)
Last update: 05-06-2010 08:48
|