Tenure Track: Quella vera e quella alle vongole

By Francesco Pinto, on 05-07-2010 16:43

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universitàAlessandro Ferrara risponde a Dario Antiseri che propone anche in Italia la Tenure Track tanto usata negli Stati Uniti. Nel suo intervento il Ferrara sottolinea che "Avendo per diversi anni fatto diretta esperienza del sistema americano, volevo offrire due parole di chiarimento su che cosa è la tenure-track. Il fatto che un posto di livello iniziale sia su tenure-track significa che budgetariamente l'università che lo bandisce si assume l'onere (o che accantoni da subito le somme necessarie o che se le procuri in seguito) di finanziare il prosieguo di carriera fino a ordinario - FATTO SALVO IL GIUDIZIO DI MERITO.  La differenza con l'Italia si coglie bene se si guarda al dato aggregato. Se ci sono 10 ricercatori su tenure track in un dipartimento, l'università ha l'obbligo di fornire i fondi per il passaggio ad associato a tutti, sempre salvo il giudizio di merito, e non a un sottoinsieme. Non può accadere quindi quel tipico fenomeno italico, per cui in consiglio di facoltà il preside annuncia che è riuscito ad ottenere fondi per bandire 5, 6, 7 posti di associato, mentre ci sono 50 ricercatori in attesa, e dunque poi il vero concorso è ottenere che si bandisca ad esempio numismatica piuttosto che francese, mentre quello finto è far vincere il candidato locale sul posto bandito. I due sistemi quindi richiedono - per andare avanti nella carriera - due tipi di capacità completamente diversi. Quello italiano  richiede che si sia organici a una maggioranza di consiglio di facoltà che spingerà per il bando giusto, mentre le pubblicazioni da sole non hanno mai fatto vincere a nessuno un concorso, quello americano richiede che si passi il giudizio di merito, mentre ognuno ha un proprio bando tutto per sé e non sorge il problema di orientare le scelte del consiglio di facoltà.
Questa è la fondamentale differenza, ignorata dai sostenitori della tenure track all'italiana. Come molto dell'americanismo alle vongole oggi in voga, solo i nomi sono in comune con il sistema americano, non la sostanza. Quando addirittura non siamo all'invenzione pura, come nel caso della famigerata piramide. Nessun dipartimento americano si sognerebbe di avere piu ricercatori che associati e piu associati che ordinari!  Al contrario, la composizione tipica è un 50% di full professors, e il rimanente 50% diviso a metà o quasi fra associate professors (con tenure) e  assistant professors (senza).
Questo solo per chiarire come stanno le cose.  Sulla chiamata diretta le cose sono più complesse. Avrebbe una sua logica, quella di non imporre dall'alto o da un "centro" disciplinare nazionale profili scientifici che non sono adeguati alla realtà dell'università che chiama, però nella pratica italiana questo significa solo che le consorterie locali chiamano i loro adepti e ignorano gli altri, ancorché più qualificati.  
Si dirà che anche la tenure-track all'americana se introdotta in Italia significherebbe una ope legis. Questo ci porta al cuore del problema, che purtroppo per una volta NON è politico. Qualunque istituto estero, se introdotto in una comunità con un ethos come dire "particolare", produce un risultato diverso. Da ultimo il sacrosanto istituto della peer-review e dei referee. Non c'è rivista pubblicata in Italia anche dallo stampatore dietro l'angolo che non rechi la scritta "Gli articoli sono vagliati da referee". La realtà che c'è veramente sotto, nessuno la conosce. Il tema più di fondo è che la legge può riflettere più o meno adeguatamente un ethos che già esiste, al massimo sorreggerlo con la sua forza, ma non può crearlo ove non esista. Come disse un dimenticato Segretario del PCI nel 1980: "Il cuore del problema italiano è la questione morale". L'università, nel suo piccolo come si dice, non fa eccezione."

 

Sullo stesso argomento interviene anche Francesco Sylos Labini sul Fatto Quotidiano del 1 luglio 2010. A tal proposito l'Autore sostiene che in Italia c’è grande agitazione nel mondo universitario contro la riforma Gelmini e la manovra economica. Anche una rivista scientifica prestigiosa come Nature  ha appena pubblicato un editoriale dal titolo “Gli scioperi potrebbero “rompere” le università italiane”. Ma non sono gli scioperi a minare il funzionamento dell’università quanto invece la politica del governo.

I ricercatori, che sono circa un terzo del personale docente universitario, minacciano uno sciopero il prossimo anno, per protestare contro le modifiche introdotte dalla riforma Gelmini riguardanti proprio questo ruolo. Il DDL Gelmini elimina infatti la figura del ricercatore a tempo indeterminato, sostituendola con una tenure-track, una posizione tipica del sistema americano. Con un piccolo dettaglio di differenza: la versione italiana è tutta un’altra cosa !  L’uso a sproposito delle parole è uno degli elementi usati per creare confusione e coprire scelte sbagliate.

Infatti, quando si dichiara che si vogliono importare in Italia alcuni elementi propri del sistema americano, per rendere più competitivo il sistema, è più difficile controbattere, visto che la percezione comune è che il sistema americano sia di gran lunga migliore di quello italiano. Ed infatti il PD, quasi sempre a rimorchio,  sembra essere favorevole a queste modifiche, sebbene con diverse sfumature. Il trucco è però molto banale.

La tenure track americana è un contratto che alla fine di un periodo di prova, in genere di cinque anni, prevede l’assunzione a tempo indeterminato se la valutazione è positiva. E’ quindi prevista da subito
la copertura finanziaria per l’eventuale posizione tenured.

Nella versione italiana invece, la conferma nel ruolo di associato avviene dopo il conseguimento di un giudizio di idoneità nazionale ed il superamento di un
concorso locale, senza prevedere dall’inizio la copertura finanziaria per il posto permanente: si tratta dunque di normali contratti a tempo determinato, seguiti da una eventuale assunzione come professori associati, nel caso in cui si ottenesse l’idoneità nazionale e vi siano le risorse per farlo.

Dunque mentre si progetta un nuovo sistema di reclutamento dei ricercatori, con contratti a termine che precedono la
possibile assunzione come professori associati,  non si sa se ci saranno le risorse perché poi ci siano effettivamente i posti: in altre parole si tratta di uno specchietto per le allodole.

Inoltre si pone un altro problema che il DDL Gelmini non considera:  che sarà degli altri 20 mila ricercatori che ci sono già nell’università? Con la messa in esaurimento del ruolo di ricercatore e l’istituzione di nuove
regole per l’accesso alla fascia degli associati, pensate per le cosiddette tenure-track, le prospettive di carriera per gli attuali ricercatori diventano incerte, oltre al fatto che il ruolo del ricercatore
viene ulteriormente marginalizzato con l’esclusione dagli organi accademici.

La soluzione a tutti questi problemi sarebbe stata invece molto semplice: mantenere la figura del ricercatore e rendere invece più seria e rigorosa la conferma in ruolo dopo i primi tre anni (come già dovrebbe essere). Questa sarebbe stata una vera tenure-track che non avrebbe creato problemi di sorta. Da questa analisi risulta evidente quale sia il disegno che sta dietro la riforma Gelmini: il ridimensionamento dell’università italiana pubblica, invece di “dare spazio ai giovani” e “limitare i potere dei baroni” – altri slogan  usate a sproposito.

 



Last update: 07-07-2010 07:46

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